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Dimore del paesaggio, mostra fotografica di Cesare Di Cola, all'Istituto italiano di cultura di Varsavia. Castelnuovo di Porto, parco di Veio, ager capenas.

Inaugurazione mostra fotografica a Varsavia

mag 7

7 maggio 2019, ore 18.00 Vernissage e presentazione del volume Dimore del Paesaggio di Cesare Di Cola, a cura dell'ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA DI VARSAVIA. La mostra fotografica - una selezione di cinquanta fotografie (stampate su pannelli 60x60cm e 60x45cm) realizzate tra il 2013 e il 2019 - è tratta in parte dalla pubblicazione omonima; il progetto espositivo è la continuazione di quel viaggio. Il volume fotografico, autoprodotto e pubblicato nel 2017, è un racconto per immagini, una ricognizione a volo d’uccello su luoghi dove si sovrappongono realtà urbana e mondo rurale, fuori dal territorio prevedibile.

Si parte dal centro storico di Castelnuovo di Porto (borgo medievale della provincia romana) per indagare paesaggi dissonanti, pur gravitando in un’area piuttosto circoscritta: la civiltà contadina dell’Ager Capenas, il parco regionale di Veio, il terrain vague della campagna romana, le cave di Riano, l’ex Centro di accoglienza per richiedenti asilo. La via Flaminia, la via Tiberina e la linea ferroviaria Roma-Viterbo sono elementi significativi di continuità con la capitale. Se il paesaggio è la testimonianza della permanenza transeunte dell’uomo, il progetto ha per oggetto proprio il rapporto tra natura e cultura ed è frutto di uno sguardo continuativo piuttosto che di quello episodico della tradizione del reportage; un’esperienza iterata attraverso l’azione dell’abitare.
L’intento dell’autore è quello di strappare al mondo porzioni di realtà, per ricomporre l’ordinario e sottrarlo allo sguardo dell’abitudine. ‘Rendere visibili’ luoghi e cose, attraverso la fotografia e con il sentimento non retorico della memoria. Il territorio si fa allusivo e metafora della condizione umana, una casa dai margini incerti e mutevoli. La mostra fotografica, organizzata dall'Istituto italiano di cultura di Varsavia, rimarrà esposta fino al 10 giugno presso la sede di ul. Marszałkowska 72.

Protagonisti sono gli oggetti, naturali o artificiali, le cose inanimate. Quelle quotidiane e triviali, che colte in una certa trama di rapporti o sotto una certa luce, all’improvviso si animano e assumono sembianze di qualcosa, di natura non per forza umana. Anticipazioni di stati d’animo, ricordi collettivi che si condensano in figure iconiche, momenti che intercettano energie che appartengono ad un altro livello di realtà. Ma anche gli oggetti occasionali e bizzarri, che ribaltano i punti di vista, spiazzano la rappresentazione appagata della realtà. Presenze mute eppure cariche di domande, totem, accostamenti cortocircuitali, apparizioni, rispecchiamenti anomali, che inquietano e disarticolano per un momento la normale logica degli ambienti, delle situazioni, delle funzioni strumentali, forzando il piano della realtà senza però scompaginarlo. Situazioni in cui sono le cose a scrutarci, a interrogarci, a fotografarci, a cercare di fissare in noi qualcosa di oggettivo, che appartenga però al vissuto, alle paure, alle speranze, a tutto ciò insomma che in noi non si vede. [MARCO BONSANTO, Recensione alla mostra fotografica, 2019]

Di Cola ha un occhio delicato e spietato nello stesso tempo. I suoi paesaggi sono quasi sempre privi di figure umane, come spesso capita di vedere in Antonioni. Anche Di Cola, come il maestro ferrarese, ci mostra che il vuoto e la desolazione sono due cose molto differenti, la desolazione è assenza di tutto, mentre il deserto o il vuoto sono abitati, nascondono innumerevoli tracce di vita. Si tratta di vederle, cercarle. Le strade immobili, le case silenziose, i prati, la boscaglia, i fiumi, gli sterpi rosa lungo un fiume, le officine anche abbandonate, gli uffici ferroviari abbandonati, le mucche dallo sguardo tenero che ci mostra la sua fotografia sono piene di vita, come se di lì fosse appena passato qualcuno, un uomo, una donna, una folla, e avesse lasciato la sua impronta, la sua luce, la sua ombra, il suo mistero, appunto (chi è stato qui, dove sarà andato, che cosa avrà fatto?). Perché, se una storia attraversa molti luoghi, è vero anche il reciproco, che un luogo è attraversato da molte storie, e queste fotografie ce lo dicono in modo affascinante. [SANDRO BERNARDI, Ouverture, in CESARE DI COLA, Dimore del paesaggio. Visioni, erranze, risonanze, 2017]
 


Il luogo come spazio del tempo. Le vie, le cose, il vuoto dei luoghi, arrivano al nostro sguardo come depositari di storie, scrigni che racchiudono tesori nascosti, in una luce mai abbagliante. Per trovarli e rivelarli segretamente, bisogna soffermarsi, osservare, sentire, percepire gli odori. Questo è quello che Cesare di Cola fa con i suoi scatti. Ci racconta le storie che si sono fissate sui mattoni, che esistono dietro i battenti socchiusi di una finestra. Ci racconta la storia di un bambino che ha lasciato lì il suo giocattolo prima di rientrare a casa e quella della gente che ha camminato su quel selciato, quella delle decine e centinaia di donne, che si sono incontrate nei decenni dei secoli scorsi al lavatoio e che parlavano delle loro vite. […] Solo alcune delle immagini con cui il fotografo evoca e rimanda la risonanza, lasciandole riecheggiare fino a noi. Dimore del paesaggio è un viaggio nelle cose, nelle esistenze passate presenti e future, nei suoni che hanno lasciato la loro eco. […] immagini che parlano sussurrando, discrete e potenti. Fotografie non solo da guardare ma anche – e forse soprattutto - da leggere. [MIRNA RIVALTA, Recensione al volume fotografico, 2018]

[…] Siamo a Castelnuovo di Porto, antico territorio percorso dalla via Flaminia, dove l’artista cosentino vive e lavora da alcuni anni con la sua famiglia. Un territorio che non ti aspetti, a poche decine di chilometri dalla Capitale. Uno dei tanti che il nostro Paese custodisce e offre soltanto ad uno sguardo, che non sia impaziente di ricadere sugli elementi (architettonici o naturali) tipici e rassicuranti del nostro quotidiano cittadino. […] Ad essere esplorata dal lavoro del fotografo, infatti, è anzitutto la possibilità stessa di individuare sul territorio in questione i segni di una sua specifica fisionomia; ma con la volontà si direbbe sin troppo dichiarata di non confinare quest’ultima nell’ambito pur pregevole del vedutismo, del paesaggismo di matrice estetica e di tradizione rinascimentale. Di Cola ha del paesaggio una concezione articolata e complessa, che non resta confinata all’esteriorità di una composizione estetizzante degli elementi naturali, ma ricerca in essi, così come li incontra, le tracce dell’attività umana che sul quel territorio si è dispiegata sul lungo, medio e breve periodo. Un paesaggio non è una porzione qualsiasi di ambiente naturale, ma un’entità allo stesso tempo fisica e immateriale che la mente unifica e riconosce; a cui conferisce valore, per la sua capacità di restituire il senso di un passaggio umano colto in absentia. […] . Il paesaggio che egli ricostruisce non si identifica completamente né col semplice catalogo del dato sensibile (la natura) né col mero riscontro del vissuto antropico (attività, manufatti, funzioni); ma si articola, piuttosto, in una cerniera connotativa tra natura e mondo umano. I confini del paesaggio capenate sono spinti fin dove è possibile cogliere le tracce dell’evoluzione unitaria del territorio (all’incrocio tra borgo, agro e campagna), la sua biografia. […] In questo ritratto del paesaggio capenate si dispiega anche una metonimia dell’Italia intera, della sua storia recente e passata, del suo avvenire di nazione alle soglie di un nuovo millennio. È un bilancio che ci interroga sulla conservazione dei nostri borghi medievali, sugli spazi cittadini della comunità, della socialità, sullo stato di salute dei nostri ecosistemi naturali, sulla cura del suolo, dei terreni agricoli, delle acque, sulla manutenzione delle opere infrastrutturali, sulla fine del mondo artigiano, sui resti fantasmatici del nostro recente passato industriale, sui nuovi luoghi di “accoglienza” dello straniero, cinti di filo spinato. […] Di Cola si interroga senza intenti accusatori o moralistici, ma sempre evidenziando in mezzo alle criticità ereditate le possibili vie di riscatto collettivo: le buone tradizioni, l’impegno nel lavoro, la bellezza delle cose semplici, la forza d’arte di cui è intrisa la nostra civiltà. Sono i valori che l’Italia si tramanda da secoli e che ancora una volta nella storia chiedono di essere messi alla prova. [MARCO BONSANTO, Labyrinthus speculorum. Postfazione, in CESARE DI COLA, Dimore del paesaggio. Visioni, erranze, risonanze, 2017] 

Istituto Italiano di Cultura di Varsavia
ul. Marszałkowska 72
00-545 Varsavia - Polonia 

Volume fotografico - edizione esaurita

 DIMORE DEL PAESAGGIO 
Visioni, erranze, risonanze

Self published - © Cesare Di Cola
Collana: Fornacetredici edizioni 
Tiratura limitata di 100 copie firmate e numerate
Prima edizione: giugno 2017
Testi di Sandro Bernardi, Gianni Pezzani, Pietro De Leo e Marco Bonsanto 
Poesia di Tonino Guerra, tratta dal film Tempo di viaggio (1983)
Progetto grafico: Cesare Di Cola
Impaginazione e stampa: Balzanelli s.r.l. Monterotondo (Rm)
Formato: 15x21 cm 
Copertina con bandelle: f.to aperto cm 55x21 cm, carta patinata opaca plastificata 300 gr. 
Interno: 128 pagine, carta patinata opaca 150 gr.
Numero di fotografie: 102
Una stampa fine art (formato 8x8 cm con bordino bianco di 1 cm) su carta Museum Etching
Rilegatura brossura filo refe

Prezzo: 26,00 euro


 7 maggio 2019


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