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Dimore del Paesaggio

visioni erranze risonanze

Ouverture

Di Cola ha un occhio delicato e spietato nello stesso tempo. I suoi paesaggi sono quasi sempre privi di figure umane, come spesso capita di vedere in Antonioni. Anche Di Cola, come il maestro ferrarese, ci mostra che il vuoto e la desolazione sono due cose molto differenti, la desolazione è assenza di tutto, mentre il deserto o il vuoto sono abitati, nascondono innumerevoli tracce di vita. Si tratta di vederle, cercarle.

Le strade immobili, le case silenziose, i prati, la boscaglia, i fiumi, gli sterpi rosa lungo un fiume, le officine anche abbandonate, gli uffici ferroviari abbandonati, le mucche dallo sguardo tenero che ci mostra la sua fotografia sono piene di vita, come se di lì fosse appena passato qualcuno, un uomo, una donna, una folla, e avesse lasciato la sua impronta, la sua luce, la sua ombra, il suo mistero, appunto (chi è stato qui, dove sarà andato, che cosa avrà fatto?).

Perché, se una storia attraversa molti luoghi, è vero anche il reciproco, che un luogo è attraversato da molte storie, e queste fotografie ce lo dicono in modo affascinante.

Sandro Bernardi
(Professore ordinario di Storia e critica del Cinema all'Università degli Studi di Firenze)  

 

 Dimore del Paesaggio. Visioni erranze risonanze 

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Estratto della Prefazione di Pietro De Leo (Professore emerito di Storia medievale all'Unical)

[...] il viaggio è il leitmotiv, e protagonista è il paesaggio, un paesaggio “altro”, non (troppo ovvio) quello turistico/monumentale, ma quello che vediamo ogni giorno, magari dal treno, in un percorso illusoriamente sempre uguale, e invece mutevole, per effetto della luce, che varia secondo le ore del giorno e l’avvicendarsi delle stagioni.

Paesaggio osservato e riprodotto con un “distacco empatico”, per quanto possa sembrare un ossimoro. Lungo il percorso attraverso l’agro veientano e la valle del Tevere, reperti di archeologia industriale si saldano a frammenti di drammatica attualità: dall’antica fornace di Monterotondo al Centro di accoglienza (CARA) di Castelnuovo di Porto.

Oltre al paesaggio in movimento catturato dal finestrino del treno, prevale l’interesse per il centro storico di Castelnuovo di Porto, con i suoi elementi architettonici di pregevole fattura, retaggio di un passato feudale che si fonde con le attività domestiche e artigianali della vita quotidiana.

Rara la figura umana, in secondo piano e quasi casuale, ma il protagonista, il paesaggio, presuppone e testimonia l’opera dell’uomo, che è sempre presente: la terra arata, i manufatti, il falò, le viuzze abbellite con arabeschi di piante in vaso.

L’attenzione ai particolari è evidente nelle geometrie create dalla natura, che si confondono fino ad assimilarsi con quelle prodotte dall’uomo: ragnatele, reticolati, grate; le rette parallele nei solchi, nei filari di olivi, nelle cave di Riano, nei binari; gli archi nei ponti, nei portali, nelle stradine.

Elementi che coesistono nel dettaglio del monastero di Santa Maria Seconda, dove si intersecano la grata, gli archi del chiostro, le travi del soffitto.

In tutte le foto il colore si esprime quasi in maniera autonoma: le infinite forme e sfumature delle foglie, i fiori, le bacche, e la terra, e l’acqua, e poi il tramonto, e la luna.

Al termine della sequenza di immagini, il senso del viaggio si riassume in un tributo al padre-maestro, e insieme ai luoghi e alle persone da cui Cesare è stato “adottato”, un tessuto naturale e sociale verso il quale è evidente un forte coinvolgimento emotivo.

Estratto della Postfazione di Marco Bonsanto (libero ricercatore di Filosofia teoretica - docente di Storia e filosofia nei licei padovani)

[...] Attraverso la biografia per immagini del paesaggio capenate, Di Cola mette a punto infatti anche un vero e proprio ritratto del territorio: l’effigie plastica di un vissuto impersonale (ma non per questo anonimo), dove è deposta la memoria delle comunità, che quel territorio hanno attraversato e modellato.

È una memoria che l’artista sembra voler condividere, far propria; in uno sforzo analitico d’identificazione con i luoghi, dove un’esperienza decisiva sembra essersi compiuta nella sua vita. Dalle serene immagini che si alternano nel libro, infatti, non si può del tutto separare la percezione latente di un’inchiesta affannosa, personale e interessata dell’autore, del tutto assente nei progetti fotografici precedenti. È la ricerca di qualcosa di intimo, un’identità di uomo e d’artista ancora dispersa eppur disponibile, che viene investigata e riconosciuta a poco a poco, per tentativi, nei tanti segni che solcano e strutturano la memoria custodita dal paesaggio: mura, strade, sentieri, arature, recinti, soglie, recinzioni, filari di alberi, ponti, viadotti, fiumi, canali, ferrovie.

Alla fine del percorso, il paesaggio della raggiunta maturità (artistica ed esistenziale) si svela, insomma, sorprendentemente come un autoritratto en travesti del fotografo che lo ha creato per noi. Dalle rughe e dalle ferite della terra, dai tanti luoghi di confine dove un limite è stato toccato e registrato (soglie, ingressi, porte, portoni), dai tanti segni che puntellano questo paesaggio e lo rendono riconoscibile e inconfondibile (la Rocca Colonna, la fornace in disuso, l’antico lavatoio), si ricompone il volto stesso dell’autore, la sua storia, una sua più compiuta identità.

È un autoritratto affidato al quotidiano di un diario personale, di un linguaggio visivo che si fa cifrato, a tratti persino allegorico, negli accostamenti e nei rimandi interni. Nella sequenza apparentemente dispersa, “errante”, delle sue fotografie, il volume restituisce il resoconto per immagini dell’evoluzione umana e artistica dell’autore in questi ultimi anni. Anni di pausa riflessiva, di spaesamento e riposizionamento, anni di laboriosa attesa e di crescita interiore, di consolidamento estetico. Anni di maturazione.

“Maturità”, afferma Heidegger, è la prontezza a farsi frutti e doni[1]. La disponibilità immediata al sacrificio di sé, al lascito di una traccia fertile, di un patrimonio, comunque lo si voglia intendere. C’è sempre qualcosa di genitoriale nella maturità attinta come un traguardo. Poco importa se sotto il piano fisico, esistenziale oppure artistico. È la pratica di un prendersi cura dell’altro (un figlio, un’opera), che ha come presupposto il preventivo approdo in un luogo congeniale, uno spazio proprio in cui operare profondendo i doni di cui si è carichi. Una dimora, insomma, un posto in cui ci si trattiene volentieri, ci si ferma dopo tanto errare, si desidera risiedere, mettere radici.

Le fotografie di Di Cola sembrano volerci mettere a parte di questo desiderio, ricostruire per noi un “ritratto dell’artista da adulto”, l’iter della raggiunta conquista di stile. Opera pertanto all’interno del libro la presenza discreta di un destinatario privilegiato. Una sorta di punto cieco intorno al quale si riorganizzano il caleidoscopio delle immagini, i registri espressivi, le scelte ritmiche degli accostamenti fotografici. Non genericamente un figlio, ma un erede: il consegnatario unico di un’estetica personale che si è fatta consapevole.

Nel rimando silente ma costante dell’artista a questo soggetto implicito, il paesaggio della raccolta si fa oggetto di un invio, di un dono. Un bene da raccogliere e consegnare, da tramandare. Gli scatti fotografici diventano allora altrettante “dimore” di quel paesaggio, che ha favorito l’inizio di una nuova stagione artistica dell’autore: loci consaepti in cui il paesaggio va a precipitare e depositarsi, ad esser trattenuto nel suo passare effimero, ad essere consacrato come tale. Ecco allora le reti, le ragnatele, gli intrichi vegetali, le grate, le imposte richiuse, il fogliame intrecciato, le impalcature, i reticolati, le staccionate, le siepi e i filari, che trattengono lo sguardo e permettono all’immagine paesaggistica di coagularsi sotto i nostri occhi.

Ma nulla può essere fatto oggetto di destinazione, che non sia in qualche modo riscattato dall’origine da cui proviene. La forma della temporalità creativa è sempre circolare, e ogni meta raggiunta, ogni finalità conseguita, deve inevitabilmente alleggerirsi dei suoi esordi. Ogni pretesa di consegnarci al futuro grazie all’arte, ci interroga sempre sul debito contratto coi maestri e le passate generazioni. Dalla raccolta fotografica un terzo livello interpretativo (Risonanze) si schiude allora al nostro sguardo. Dimore del paesaggio non è solo il diario di una laboriosa crescita artistica, non soltanto un vivo reportage su un territorio specifico, ma anche il resoconto di un divenire storico più comune, che ci riguarda tutti: una biografia in piccolo del Paese Italia, un album di famiglia fatto di echi, di assonanze recondite.

In questo ritratto del paesaggio capenate si dispiega infatti una metonimia dell’Italia intera, della sua storia recente e passata, del suo avvenire di nazione alle soglie di un nuovo millennio. È un bilancio che ci interroga sulla conservazione dei nostri borghi medievali, sugli spazi cittadini della comunità, della socialità, sullo stato di salute dei nostri ecosistemi naturali, sulla cura del suolo, dei terreni agricoli, delle acque, sulla manutenzione delle opere infrastrutturali, sulla fine del mondo artigiano, sui resti fantasmatici del nostro recente passato industriale, sui nuovi luoghi di “accoglienza” dello straniero, cinti di filo spinato.

Benché realizzato nella voluta assenza di riferimenti ad ogni figura umana, il libro è uno spaccato sintetico ma preciso del nostro Paese, di come è andato evolvendo, del come ci è stato consegnato: un alto portale sormontato da un blasone nobiliare, ma con le assi inferiori rovinate dall’incuria, mal sostituite, arrischiate. Di Cola si interroga sul rapporto tra le generazioni senza intenti accusatori o moralistici, ma sempre evidenziando in mezzo alle criticità ereditate le possibili vie di riscatto collettivo: le buone tradizioni, l’impegno nel lavoro, la bellezza delle cose semplici, la forza d’arte di cui è intrisa la nostra civiltà. Sono i valori che l’Italia si tramanda da secoli e che ancora una volta nella storia chiedono di essere messi alla prova.

Ma è un onere che non potrà essere assolto, senza aver anche questa volta chiusi i conti col debito di creatività di chi ci ha preceduto, senza aver prima di tutto riscattato il diritto a immaginare un nuovo avvenire per questo Paese. È tutt’altro che un gesto di ribellione giovanile; ma la quieta, virile presa di congedo dai maestri. Primo fra tutti il padre, figura che guida, ammonisce e protegge; che occorre duplicare e superare perché, come afferma Nietzsche, si ripaga male il maestro se si rimane per sempre scolari[2].

È dunque uno strappo, questo testo, un congedo dal passato, ma nel segno della continuità e del rinnovamento. Non a caso la prima e l’ultima fotografia rimandano circolarmente alla terra dalla quale si parte e a cui si ritorna, carichi di esperienza e forti di quanto si è appreso. Non a caso la raccolta si chiude con una foto di Giuliano Di Cola, che ritrae la madre dell’artista in attesa del figlio.

È la speranza in un legame tra generazioni in cui si redime la storia di decadimento civico ed economico della nazione, lo sforzo rigenerato che si fa promessa e impegno collettivi.

 

[1] Cfr. Martin Heidegger, Contributi alla filosofia (dell’Evento), Adelphi, Milano 2007.
[2] Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 1976.

Dimore del Paesaggio
visioni erranze risonanze

Self published - © Cesare Di Cola
Collana: Fornacetredici edizioni
Tiratura limitata di 100 copie firmate e numerate
Prima edizione: giugno 2017
Testi di Sandro Bernardi, Gianni Pezzani, Pietro De Leo e Marco Bonsanto
Poesia di Tonino Guerra, tratta dal film Tempo di viaggio (1983)
Progetto grafico: Cesare Di Cola
Impaginazione e stampa: Balzanelli s.r.l. Monterotondo (Rm)
Formato: 15x21 cm
Copertina con bandelle: f.to aperto cm 55x21 cm, carta patinata opaca plastificata 300 gr.
Interno: 128 pagine, carta patinata opaca 150 gr.
Numero di fotografie: 102
Una stampa fine art (formato 8x8 cm con bordino bianco di 1 cm) su carta Museum Etching
Rilegatura brossura filo refe

Prezzo: 24,00 euro 26,00 euro (prezzo di lancio scontato) + spese di spedizioni (5,00 euro)
Per informazioni sull'acquisto del volume scrivi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

 

 [...]

Con queste immagini, Cesare Di Cola mi presta il suo sguardo, mi accompagna e mi mostra porte, finestre e oggetti apparentemente abbandonati. Piano piano mi fa assaporare l’aria di questo luogo, le sue nebbie e l’odore acerbo della terra arata. Tutto mi  resta sospeso e misterioso, ma senza dubbio ben impresso nella memoria.

Gianni Pezzani (giannipezzani.com)

 

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