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Dimore del Paesaggio

Risonanze

Se c’era un luogo di cui ignoravo l’esistenza e che ora ho la certezza di averlo vissuto, un luogo a me misterioso ma che ospita il mio peregrinare nei sogni come ambiente delle mie storie immaginarie è Castelnuovo di Porto, quello di Cesare Di Cola, quello delle sue immagini fotografiche. Cesare Di Cola mi ha guidato in questo luogo d’Italia con paziente eleganza, senza fretta, mi ha portato nelle vie del vecchio borgo, lungo le ferrovie e al fiume Tevere, mi ha portato nelle cave di tufo, nell’agro romano, da questi luoghi ha prodotto una sequenza di fotografie che non solo narrano l’ambiente, ma includono la presenza, l’operosità, il respiro dei suoi abitanti, che ogni tanto appaiono sfuggenti ma di cui sentiamo le voci ed il fruscio degli abiti, il rumore dei gesti. Con queste immagini, Cesare Di Cola mi presta il suo sguardo, mi accompagna e mi mostra porte, finestre e oggetti apparentemente abbandonati. Piano piano mi fa assaporare l’aria di questo luogo, le sue nebbie e l’odore acerbo della terra arata. Tutto mi  resta sospeso e misterioso, ma senza dubbio ben impresso nella memoria. 

Gianni Pezzani
Milano, 21 Maggio 2017
(giannipezzani.com)

Volume: Dimore del Paesaggio

 Dimore del Paesaggio. Visioni erranze risonanze 


Labyrinthus speculorum
[...] Sono poche le raccolte fotografiche in grado di spostare inavvertibilmente il punto d’appoggio del nostro sguardo, fino a ribaltarlo, a rimetterlo garbatamente in discussione. Dimore del Paesaggio è un’opera di questo tipo, apparentemente docile alla curiosità (vigile o svogliata) dello sguardo che la penetra, ma capace invece di contaminarne a lungo l’immaginario visivo con l’umiltà di un’influenza differita, “riservata”. [...] la forza gentile del libro di Cesare Di Cola deriva principalmente dalla stratificazione di letture e di possibili percorsi significanti, che essa offre al lettore che ne sfogli le fotografie.

[...] Di Cola ha del paesaggio una concezione articolata e complessa, che non resta confinata all’esteriorità di una composizione estetizzante degli elementi naturali, ma ricerca in essi, così come li incontra, le tracce dell’attività umana che sul quel territorio si è dispiegata sul lungo, medio e breve periodo. Un paesaggio non è una porzione qualsiasi di ambiente naturale, ma un’entità allo stesso tempo fisica e immateriale che la mente unifica e riconosce; a cui conferisce valore, per la sua capacità di restituire il senso di un passaggio umano colto in absentia

Ed ecco allora le antiche strade di Castelnuovo di Porto, il suo tessuto urbanistico di matrice feudale, gli ingegnosi passaggi architettonici, le periferie viarie che trapassano rapide nelle ubertose colline della campagna romana, i pascoli intatti, le zone industriali, i piccoli poderi e i campi coltivati, le aziende agricole, e più in là il parco dell’antica Veio, le rive del fiume Tevere, le cave di Riano. Un’esplorazione fotografica che si allarga a spirale dall’ideale centro del paese verso i luoghi vicini e lontani in cui si è pluralizzata nei secoli la vita della comunità locale, in un progressivo intreccio di natura e lavoro umano. Un piccolo cosmo che emerge pian piano e che si ricompone gradualmente e per la prima volta sotto i nostri occhi, attraverso una sintesi non meramente pittorica, ma attenta alla ricostruzione narrativa dei passaggi umani che hanno solcato in varie epoche il territorio e che il fotografo riunifica per noi.

L’approccio storico al paesaggio usato da Di Cola, risolve il problema del limite in termini di genesi, cioè di “descrizione diacronica” del contesto paesistico. Il paesaggio che egli ricostruisce non si identifica completamente né col semplice catalogo del dato sensibile (la natura) né col mero riscontro del vissuto antropico (attività, manufatti, funzioni); ma si articola, piuttosto, in una cerniera connotativa tra natura e mondo umano. I confini del paesaggio capenate sono spinti fin dove è possibile cogliere le tracce dell’evoluzione unitaria del territorio (all’incrocio tra borgo, agro e campagna), la sua biografia [...]

 (Estratto della Postfazione di Marco Bonsanto a Dimore del Paesaggio)


 [...] le foto sono bellissime, e il tema dei confini difficili fra paesaggio rurale e paesaggio urbano mi interessa moltissimo. [...] mi congratulo della scelta del tema (o meglio della sua angolatura) e della qualità delle foto.

prof. Salvatore Settis (Archeologo e storico dell'arte)


 […] è molto importante che lei sia riuscito a realizzare questo suo progetto per un fine meritevole che è quello di una realtà poco nota vista con la fotografia con il sentimento non retorico della memoria. Si sente molto il suo legame con la sua terra, il suo paese, le sue cose, la sua gente che pur non evidenziata è presente nei silenzi ormai dolorosi delle piccole e medie comunità meridionali dalle quali i giovani locali tendono ad abbandonare alla ricerca di un loro futuro.

[…] il senso ironico delle piccole cose fatte di analogie, similitudini, accostamenti dittici e dettagli che nessuno normalmente vede e che invece lei riesce felicemente a cogliere e ad assemblare come nelle pagine che le ho sopra indicato (cfr. pp. 6, 47, 49, 50, 51, 52, 53, 58, 59, 62, 63, 66, 67, 80, 81, 106, 107, 109).

Mario Cresci (tra i primi autori della sua generazione ad applicare la cultura del progetto alla fotografia coniugandola alla sperimentazione del linguaggio visuale in ambito artistico)


 Il luogo come spazio del tempo. Le vie, le cose, il vuoto dei luoghi, arrivano al nostro sguardo come depositari di storie, scrigni che racchiudono tesori nascosti, in una luce mai abbagliante. Per trovarli e rivelarli segretamente, bisogna soffermarsi, osservare, sentire, percepire gli odori. Questo è quello che Cesare di Cola fa con i suoi scatti. Ci racconta le storie che si sono fissate sui mattoni, che esistono dietro i battenti socchiusi di una finestra. Ci racconta la storia di un bambino che ha lasciato lì il suo giocattolo prima di rientrare a casa e quella della gente che ha camminato su quel selciato, quella delle decine e centinaia di donne, che si sono incontrate nei decenni dei secoli scorsi al lavatoio e che parlavano delle loro vite. Due vecchie sedie appoggiate al muro, una farfalla su una foglia gialla, un lenzuolo steso, una porta chiusa, uno strada che sale, un corso d’acqua in un giorno senza sole, due scarponcini da lavoro in un cortile. Solo alcune delle immagini con cui il fotografo evoca e rimanda la risonanza, lasciandole riecheggiare fino a noi. Dimore del paesaggio è un viaggio nelle cose, nelle esistenze passate presenti e future, nei suoni che hanno lasciato la loro eco. Un libro di immagini che parlano sussurrando, discrete e potenti. Fotografie non solo da guardare ma anche – e forse soprattutto - da leggere.

Mirna Rivalta (fotografa e scrittrice)

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