Monte Athos, reportage fotografico - Archivio fotografico Giuliano e Cesare Di Cola
Monte Athos
Pino Nano

... SUL MONTE ATHOS

[...] Amico personale dei grandi inviati, Di Cola finisce con il diventare la spalla di molti di loro. Un giorno, Vittorio Citterich e Costas Papadopoulos lo chiamano a Roma e lo invitano a vivere una settimana insieme a loro sul Monte Athos. È un’esperienza incredibile. Dopo una marcia a piedi di oltre tre ore arrivano sulla parte più alta del Monte Athos, in uno dei più antichi monasteri della vecchia Ellade, e qui imparano a conoscere la vita di questi eremiti, che si nutrono di foglie e di essenze aromatiche, pregando e lavorando. Ne viene fuori una storia fantastica, raccontata per immagini, straordinaria. Sono tutte foto d’autore, che Citterich commenta magistralmente bene, ma che potrebbe anche non fare, tanti sono i colori e gli umori che queste foto riescono a suscitare [...] (Calabritudine, Edizioni Mapograf, Vibo Valentia 1987, pp. 308-309).

Vittorio Citterich
Vittorio Citterich (foto di Giuliano Di Cola)
Vittorio Citterich

I PIÙ VICINI A DIO

Un'avventura più inconsueta del solito questa volta us PanoraMese: un'avventura delo spirito, con qualche complicazione di viaggio si tratta di raggiungere, su una dele tre penisole calcidiche, la repubblica del Monte Athos, unico Stato al mondo abitato soltanto da monaci, di rito greco-ortodosso. È un luogo toccante, ospitale, ricco di profonda comprensione umana.
Come tre dita distese sul mare. Penisola della Calcidica, in Grecia. Il dito più orientale è il monte Athos, la repubblica dei monaci, ultimo reperto storico di questo genere, dopo la dispersione del monachesimo buddista nel Tibet. Poco meno di duemila monaci, separati dal mondo, vivono nei venti antichi monasteri, nelle "schite" (piccole comunità collegate al monastero maggiore), nelle grotte e nelle capanne degli eremiti, i solitari consumatori di preghiere. Dei venti monasteri sul monte Athos, diciassette sono greci, con millecinquecentottanta monaci; uno è russo, con centocinquanta monaci; uno è bulgaro, con trenta monaci, e uno è serbo, con centoventi monaci. Inoltre, tredici sono cenobitici, dove la vita si svolge in comune con severe regole; e sete idioritmici, cioè comunità autoregolamentate. Qui si viene accolti; dagli eremiti, mai. La repubblica monastica dell'Athos, santuario dell'ortodossia, il cristianesimo orientale, ha la sua capitale, Cariés, al sua carta costituzionale che regola l'autogoverno. Agli stranieri concede un regolare passaporto, su carta pergamena, il "diamonitirion". Non è difficile ottenerlo, la burocrazia è minima. Si tratta infatti del più singolare documento burocratico, nella storia di tutte le burocrazie. E comunque, prima di arrivare al diamonitirion, bisogna superare alcune difficoltà. Non è facile ottenere l'autorizzazione al viaggio, che di regola dovrebbe essere rilasciata dall'ufficio di direzione ecclesiastica del ministero degli Esteri di Atene soltanto a chi dimostri di voler andare sull'Athos per motivi religiosi e non turistici, e sia studioso di teologia o sacerdote o abbia preso i voti. Analogo ufficio funziona anche a Salonicco. Il diamonitirion, rilasciato dall'autorità governativa centrale, attesta che il portatore (nome, cognome, nazionalità) ha raggiunto il monte Athos come pellegrino benintenzionato, ed invita pertanto i responsabili dei venti monasteri a dargli un'accoglienza fraterna nel nome di Gesù Cristo, figlio di Dio e salvatore degli uomini. Né si tratta di una pergamena formale, tanto per dire. Con il diamonitirion in mano, il pellegrino-straniero, a meno che l'istinto curioso e turistico non prevalga facendogli smaneggiare in modo insolente la macchina fotografica, è accolto con un sapore umano altrove inesistente. Ossia con vera fraternità. «Benvenuto l'ospite tanto atteso», ti salutano. Mangia con noi e stanotte riposati, le lenzuola sono pulite. Domani, alle sei, suoneremo il cembalo: se vuoi vieni a pregare con noi, altrimenti non importa, pregheremo per te. Quanto costa l'ospitalità? Niente. La straordinaria accoglienza dei monaci ha soltanto un ostacolo assoluto, un implacabile divieto burocratico. Il passaporto per il monte Athos, il diamonitirion, esclude rigorosamente le donne. Per l'essere umano di sesso femminile non c'è pergamena possibile né accoglienza fraterna. La contraddizione storica è evidente, non solo perché ale soglie del Duemila sono anacronistiche alcune ossessioni secolari, la femmina come peccato, il sesso come anticamera dell'inferno. C'è di più. Secondo la tradizione, storicamente non accertata ma ancora valida nei monasteri della santa montagna (àghion oros in greco: nuovo nome del monte Athos), la storia cristiana di quel monte comincia con l'approdo di una donna ebrea, Maria, sulle rive della penisola calcidica. C'è ancora oggi un porticciolo di pescatori che porta il nome suggestivo di "Ormos panaghiàs", l'approdo della donna santissima, la Madonna, insomma, la madre di Gesù. Affronto il complesso argomento con due giovani monaci che dipingono icone, servendosi di tecniche antiche (tavola, rosso d'uovo, tempera in polvere) ma non inconsapevoli dell'arte contemporanea e delle sue ricerche. Li provoco: voi dipingete madonne ma non avete mai visto una donna concreta né avete avuto una modella reale. Su questo monte li femminile è vietato. È vero che sono escluse anche le femmine degli animali? Il monaco più giovane non nega, ride. «Le regole sono le regole», risponde, «e noi abbiamo accettato un regolamento assoluto, cerchiamo Dio, l'eterno. Ma li creatore del mondo è sregolato. Vedi quell'albero nel giardino? Uno dei tanti alberi incontaminati del Monte Athos? Cantano gli uccelli e preparano il nido. Vai a sapere chi è il maschio e chi è la femmina. L'importante è che preparano il futuro, danno un senso alla vita». La risposta è suggestiva come la copia di un'icona antica. Ma ha un senso, oggi, la paradossale repubblica monastica, la santa montagna (aghion oros) dell'Athos? Non so dare un giudizio perentorio. Sulla facciata di uno storico monastero hanno esibito un cartello enorme, visibile da lontano, persino dai naviganti in alto mare: "Ortodossia o morte". Ortodossia, dal punto di vista etimologico greco, vuol dire essere nella giusta verità, conformi alla gloria totale della storia. Se non ti conformi sei un deceduto. Ortodossia o morte. Ma dove si trova, oggi, la conformità dei cristiani, delle Chiese, a Gesù Cristo? Non certo nell'orgoglio della divisione, semmai nello sforzo di riconciliazione ecumenica. I monaci dell'Athos, in gran parte, sono contrari al riavvicinamento fra el Chiese, gelosi della loro ortodossia. Non senza qualche plausibile motivo. I latini, i franchi mandati dal papa di Roma, insomma i crociati, hanno fatto più danni quassù degli ottomani, dice il monaco Andrea Teofilopulos. Non ha perdonato al Patriarca di Costantinopoli Atenagora l'abbraccio a Paolo VI in Terra santa, né l'attuale Patriarca Demetrio che ha accolto Giovanni Paolo Il nel patriarcato bizantino. Ortodossia o morte. L'igumeno (l'abate) del monastero Pantocrator, uno dei più antichi, dei più belli e dei più poveri, non è così integralista. Il papa di Roma, oggi, non è un latino né un franco ma uno slavo, riflette. E la caratteristica del Monte Athos è anche questa: qui non è rappresentato soltanto l'Oriente cristiano greco-bizantino ma anche l'Oriente degli slavi, c'è il monastero russo, il monastero bulgaro, il monastero serbo, c'era persino il monastero degli amalfitani, oggi completamente vuoto e abbandonato. Gli altri sono popolati da monaci sempre più vecchi, è vero, ma il fatto nuovo è che arrivano i giovani, persino dalla Russia. L'igumeno del monastero Pantocrator non conclude la riflessione, mi porta fuori all'aperto. Vedi quelle cupole a cipolla lassù? Era la chiesa di una piccola comunità di russi, una "schite". I vecchi sono morti, da decenni non c'era più nessuno. L'altr'anno sono venuti due ragazzi americani di origine sovietica, credo di genitori profughi della guerra fredda. Hanno riaperto porte, finestre, cele e chiesa. Probabilmente pregano in americano però con l'anima russa dentro. Strana forma di coesistenza. Il diamonitirion, il passaporto in pergamena dell'ultima repubblica monastica del mondo, è scaduto come di regola dopo quattro giorni. Non c'è il tempo per fare un ritratto completo, un'analisi compiuta. Appena un'impressione, un flash. Ecco perché un cronista può accompagnare soltanto, con qualche parola, la perizia di un fotografo. Le fotografie di Giuliano Di Cola qui pubblicate sono un documento singolare, se si considerano le diffidenze che sulla santa montagna, àghion oros, censurano i maneggioni delle macchine e delle lenti d'ingrandimento. Ma soprattutto, mi sembra, sono un'immagine di simpatia, di comprensione umana non superficialmente curiosa e folcloristica. Forse per questo motivo quando salimmo nel battello del ritorno, il vecchio monaco Pétros, addetto ala cucina, ci gridò dietro: «Tornate, ospiti tanto attesi! Quando il mondo dorme, il monte Athos, come una candela, veglia e prega». Nell'era elettronica non trascuriamo il chiarore antico delle candele. («Panorama Mese», Agosto 1984)

Peppino Alario
MONTE ATHOS, LO STATO DI DIO
Reportage fotografico di Giuliano Di Cola
Un personaggio dolce e forte, spigoloso ed estroverso, trepidante e determinato, emotivo e pacato. Un personaggio contraddittorio che ha forgiato il suo carattere il suo 'essere per essere' all'incrocio di fatti casuali ma prestabiliti che lo hanno avvolto, stretto, violentato in una serie di costrizioni, di perdita e di rinunce inevitabili. Un destino segnato, faticoso fin dall'inizio, gravido di conseguenze cui Giuliano non avrebbe potuto sottrarsi se non capovolgendone la valenza, trovando cioè in esse l'espressione della più orgogliosa indipendenza, d'una istintiva smisurata conferma di libertà nel libero sfogo della passione, della fantasia, della creatività, del fare poetico ed artistico, insomma. La fotografia diventa molto presto la sua possibilità di riscattarsi, di esprimersi oltre le abitudini e le convenzioni di una asfittica pratica della pura sopravvivenza economica, cogliendo i segni dell'assoluto, i segreti che dividono al realtà interna da quella esterna, il senso ultimo, le più sottili ed antiche antinomie della vita. Con le spale al futuro ma con l'intelligenza rivolta a domani, Giuliano usa la fotografia in un modo preciso e specifico esaltandone le caratteristiche più dirette, più originali, ma non si lascia sopraffare dalla supplenza che la macchina opera sull'uomo tecnologizzato per cui esalta tutte le qualità che la chimica e l'ottica fotografiche gli consentono e lo fa quasi con puntiglio teutonico ma propriamente per liberarsene e per costruire il suo registro organico. Così, nei contenuti, egli non abbandona la preoccupazione di riprodurre l'aspetto esatto delle cose ed affina anzi il procedimento descrittivo dandogli addirittura nuova dignità. La descrizione, la presa diretta sulla realtà com'è percepibile dell'obiettivo non scadono però ad operazioni di compiaciuta ostentazione 'notarile'. La fedeltà al mezzo fotografico non diventa 'stile catalogo' e la descrizione veristica, naturalistica, non è essenziale, né fine a se stessa, ma li supporto di composizioni di ampio respiro simbolico ed emblematico. Gli orizzonti della fotografia moderna, sperimentale, si stanno via via impoverendo sotto l'imperversare d'una controprassi che riverbera, in oscuri bagliori di autodistruzione dell'uomo, al morte della sensibilità del significato più intimo, misterioso, poetico dele cose. Tutto è stravolto e la deformazione, come totale e meccanica rigenerazione espressiva, prende il posto dell'impressione cancellando in un devastante nuovo delirio estetico quel quid che aldilà della parvenza essa, invece vorrebbe dimostrare. Giuliano, armonizzando magnificamente il bisogno di nuove, razionali, procedure interpretative e di legami con li passato ovvero con uno stile tradizionale maggiormente valido, svolge i suoi temi, la sua sensibile e polimorfa ricerca nell'ambito descrittivo spostando però l'equilibrio delle sue prodigiose realtà ottiche dal dato visivo al dato educativo. Giuliano produce visioni ed ispirazioni rifabbricando ni chiave flaubertiana le 'cose viste': fa confluire, cioè, in un'unica ed impetuosa cataratta sia le acque del realismo sia quelle del romanticismo. Ricomponendo, così, con insolito vigore penetrativo, la poetica grandezza di piccoli frammenti di realtà o di favola in quadri fotografici nudi ed analitici per il loro valore interno e quasi pittorici per la composizione delle figure, dei toni, delle luci sempre bloccati in un irripetibile flash di perfezione formale, insuperabile ed eterna bellezza, egli pone le sue immagini decantate non già davanti agli occhi dell'osservatore ma davanti al suo intelletto. Anche quest'ultimo lavoro nel cuore dell'ascesi pura, nel giardino di Dio coltivato da straordinari personaggi che in perenne veglia religiosa, di preghiera, resistono alle nuove motivazioni storiche, propone con mirabile sintesi la capacità di Giuliano Di Cola di unire la prontezza di riflessi del fotografo aggressivo e moderno con il mestiere fine, sedimentato, elegante del fotografo d'altri tempi abituato a meditare e rimeditare sui prodigi dell'arte ottica. L'Athos, il monte sacro, la realtà proibita, un monachesimo senza tempo e fuori dal tempo, hanno dato a Giuliano la possibilità di esprimere per intero il suo lirismo ed anche l'impietosa perfezione del suo 'sguardo' artificiale cosicché un piccolo spaccato di natura e di vita lontani e misteriosi diventano in se stessi tutto il mondo. L'esatta distribuzione dei toni, l'eleganza compositiva quasi geometrica, l'intenso pittorialismo dei soffi di luci ed ombre, insieme a una nitidezza senza sbavature, improvvisa e tagliente ed infine un colore sempre saturo od intensamente fotografico, mai assunto però come referente assoluto ma come variante nel gioco di specifiche sensazioni anche non realistiche, trasformano ogni cosa rappresentata in una favola ma anche nel ritratto di un luogo, di una certa umanità e nella scena dei riti che appartengono ad un momento storico preciso. Un'opera moderna ni cui is insinua beneficamente l'arcano del passato come discreta, imperscrutabile, pressione sul presente. Nella doppia inerenza - superficie morbida/ substrato forte - Giuliano Di Cola promette di affermarsi come il più grande fotografo sinfonico oggi operante in Italia e comunque ci restituisce una fotografia concreta e bella, orgogliosa di sé, pienamente sufficiente. (Catalogo, Galleria "il Canovaccio", Roma, maggio 1984)
Giuseppina Rocca
TUTTO FERMO A 10 SECOLI FA
Immagini di antichi monasteri che risalgono al 1100 di architettura bizantina, figure di monaci dalle lunghe barbe spesso candide curvi sotto il peso di otri carichi di acqua o intenti a dipingere una icona; paesaggi morbidi dai colori sfumati, volutamente sgranati capaci di comunicare sensazioni di pace e impressioni senza tempo. Mistero e misticismo: due emme in un solo reportage dal titolo suggestivo «Monte Athos. Lo stato di Dio», realizzato da Giuliano e Cesare Di Cola e adesso esposto fino al 28 febbraio alla galleria «Il Canovaccio» in via delle Colonnette. Cosa succede negli Anni Ottanta nella Repubblica Monastica (unico esempio di stato sovrano retto da monaci di religione greco-ortodossa) del Monte Athos? È tutto rimasto fermo al X secolo, epoca in cui con l'appoggio dell'imperatore di Bisanzio nacque il primo monastero. Le regole sono le stesse di allora. Racconta Giuliano di Cola, uno dei pochi fortunati visitatori ad essere stato ammesso in questo mondo roccaforte della preghiera ancora vietatissimo alle donne e agli animali di sesso femminile e dove l'unico mezzo di comunicazione tra i venti monasteri sopravvissuti, sui trecento d'origine, sono i muli. Entrarvi significa lasciare alle spalle la tecnologia e il progresso. La sensazione del silenzio è terrificante. In un primo momento t'avvolge, al terzo giorno diventa ossessione. È una realtà senza tempo che si può solo accettare facendo propria la prima e fondamentale regola del monachesimo: «più sono lontano dal mondo più mi avvicino a Dio». («Il Messaggero», 41 Febbraio 1984)
Archivio Giuliano e Cesare Di Cola

La mostra fotografica, testimonianza del reportage realizzato nel 1983 sul Monte Athos, è composta da 40 opere di diverso formato (38x38 cm, 29x29 cm, 26x20 cm, 39x34 cm ...). Le immagini a colori, realizzate da pellicole 6x6, sono state pubblicate in diverse riviste nazionali ed esposte in prestigiose gallerie (nel 1983 presso la galleria “il Pantheon” di Pescara, nel 1984 a Roma presso la galleria “il Canovaccio”, nel 1985 al Sicof di Milano “Spazio Fowa”...).