Che cosa sussurrano le cose dimenticate? 𝗣𝗛𝗢𝗧𝗢𝗚𝗥𝗔𝗣𝗛𝗘𝗥.𝗥𝗨 dedica a La prima foglia una lettura densa e colta: materialità della forma-libro, archeologia del quotidiano e trasfigurazione, doppia elica foto/poesia, rêverie e tempo “in perdita”, ruggine e muschio. Testo in russo di Andrey Bezukladnikov, direttore della storica e autorevole rivista sulla fotografia contemporanea.
La recensione (29 settembre 2025) si apre con una nota di metodo: «Ci sono libri che non vanno letti, ma ascoltati» («Есть книги, которые нужно не читать, а слушать»). Da qui l’attenzione alla materialità editoriale del volume (copertina ciliegia con titolo in impressione a secco; carta porosa Fedrigoni; neri profondi «che non riflettono, ma assorbono la luce»), come condizione d’accesso a un’esperienza lenta, quasi tattile, in cui «guardare è, in fondo, mettersi in ascolto».
Bezukladnikov legge le immagini come un’archeologia del quotidiano: resti, superfici, oggetti in disuso che «non muoiono, si trasmutano» («здесь вещи не умирают, а перерождаются»), riconquistati dalla natura: erba tra le traversine, ruggine che fiorisce, libri accatastati esposti al tempo. Non cronaca della rovina, ma mito sommesso senza enfasi retorica.
Bezukladnikov legge le immagini come un’archeologia del quotidiano: resti, superfici, oggetti in disuso che «non muoiono, si trasmutano» («здесь вещи не умирают, а перерождаются»), riconquistati dalla natura: erba tra le traversine, ruggine che fiorisce, libri accatastati esposti al tempo. Non cronaca della rovina, ma mito sommesso senza enfasi retorica.
Il critico evidenzia anche il dialogo strutturale presente nel fotolibro (edito dall'Editrice Quinlan nel 2024 con la grafica di Andrea Cavallotti): immagini e versi in accostamento (Magrelli, Pusterla, Pontiggia, ecc.). Il testo non “spiega” l’immagine. Agisce per risonanza e contrappunto, per contiguità e, talvolta, per cortocircuito; aggiunge uno strato, una crepa da cui filtra il senso.
La rêverie è contenuto della visione poetica, sospesa tra memoria e apparizione. Bezukladnikov ne registra i dispositivi tecnico-figurativi (in consonanza con le osservazioni di Roberto Salbitani nel testo introduttivo): grana e plasticità del medio formato; effetti di slittamento e trasparenza; panning controllati, sovrapposizioni e nuclei deliberatamente sfocati.
La sequenza delle figure non compone un repertorio di ritratti, ma un tessuto di apparizioni minori: i piedi nodosi della danzatrice; la figlia colta in un panning lieve; la bambola dallo sguardo vitreo; la donna “grafica” di un poster anni Settanta; l’abito monacale senza volto; i manichini... Come scrive Bezukladnikov, apparizioni fantasmatiche; affiorano alla soglia e subito si inabissano.
Il titolo scelto dalla rivista (Grammatica della ruggine e del muschio) condensa il cuore concettuale: la ruggine come tempo storico/culturale che consuma il manufatto; il muschio come tempo biologico/naturale che riconquista, ricopre e restituisce. Non una pacificazione, ma una tensione spesso drammatica: «la natura va per conto suo» (Salbitani) e gli oggetti “rinascono” nella materia del tempo. Pontiggia parla di una convivenza fra naturale (nella sua ambiguità lucreziana e leopardiana) e artificiale, fra opera dell’uomo e quella del tempo, in uno «strano stato di disuso e di reciproca attrazione».
Il finale della recensione si concentra su un’immagine-sigillo: lo sguardo di un cavallo, «tutta la sapienza del mondo, la sua stanchezza e il suo silenzio», che resta nella memoria del lettore come un’impronta tattile. «Ti accorgi di aver toccato una memoria altrui e di avervi riconosciuto la tua». È la chiusa coerente di un libro che il critico russo definisce sulla fragilità: della memoria, delle cose, della stessa vita.
Il titolo scelto dalla rivista (Grammatica della ruggine e del muschio) condensa il cuore concettuale: la ruggine come tempo storico/culturale che consuma il manufatto; il muschio come tempo biologico/naturale che riconquista, ricopre e restituisce. Non una pacificazione, ma una tensione spesso drammatica: «la natura va per conto suo» (Salbitani) e gli oggetti “rinascono” nella materia del tempo. Pontiggia parla di una convivenza fra naturale (nella sua ambiguità lucreziana e leopardiana) e artificiale, fra opera dell’uomo e quella del tempo, in uno «strano stato di disuso e di reciproca attrazione».
Il finale della recensione si concentra su un’immagine-sigillo: lo sguardo di un cavallo, «tutta la sapienza del mondo, la sua stanchezza e il suo silenzio», che resta nella memoria del lettore come un’impronta tattile. «Ti accorgi di aver toccato una memoria altrui e di avervi riconosciuto la tua». È la chiusa coerente di un libro che il critico russo definisce sulla fragilità: della memoria, delle cose, della stessa vita.
[Eracle d'Osca]
Leggi la recensione (in russo) su
Грамматика ржавчины и мха
О чём шепчут забытые вещи в фотокниге Чезаре Ди Кола «La prima foglia»
Андрей Безукладников
